Non ridere, pagliaccio. Parte seconda

E poi è arrivata la pandemia.

Scriverlo mi fa un effetto surreale, perché no: non sto scrivendo l’incipit di un romanzo. Sto descrivendo un momento reale della mia vita, anzi della vita di più o meno tutti gli uomini sulla terra.
È arrivata la pandemia. Davvero.

Mi è venuta in mente una cosa. Anzi, me ne sono venute in mente due.
Mi sono venuti in mente due momenti di The Dark Knight (Christopher Nolan, 2008) in cui Joker appare come anticipatore di alcune fra le cose cui stiamo assistendo dall’inizio della dittatura della COVID-19.
Lasciate che vi spieghi.

Intro

La prima parte di questo articolo parlava del pluripremiato Joker di Todd Phillips del 2019. Questa seconda parte avrebbe dovuto fare altrettanto, continuando ad analizzarlo ed approfondendone alcuni aspetti.

È andata diversamente, ma va bene così.

“Non fa parte del piano”

Guardate questa scena. In particolare, c’è da fare attenzione alle argomentazioni di Joker rispetto ai “piani” e rispetto al caos.
Merita grande attenzione il ragionamento di Joker secondo il quale non è importante la gravità di un’azione o di un avvenimento; quel che assume rilievo è la conformità di azioni e comportamenti rispetto ai piani, che in definitiva non è altro che la conformità rispetto a quel che noi consideriamo accettabile. In linea di massima, non è la gravità degli avvenimenti in se stessi, ma il fatto che detti avvenimenti non siano gestibili secondo i nostri parametri di vita normalmente intesi, di fatto mettendo in discussione la nostra pretesa (mai del tutto accantonata) di essere il centro di tutti gli universi possibili.

Nello specifico, applicata a quel che stiamo vivendo questa affermazione assume caratteri inquietanti soprattutto per quanto riguarda noi benestanti occidentali: non è la prima epidemia di cui sentiamo parlare da venti, trent’anni a questa parte. Qualcuno dice che non sia la più mortale cui abbiamo assistito. L’atteggiamento di sorpresa manifestato nelle ultime settimane rispetto all’argomento, il modo in cui sono circolate le informazioni e le notizie certificano il fatto che, sul piano politico e come opinione pubblica, ce ne eravamo in larga parte fottuti delle esperienze passate (anche molto recenti).
Perché? Perché non ci era mai capitato di doverne sopportare le conseguenze; perché eravamo inconsapevolmente sicuri che non fossero affari nostri.

Milioni di persone muoiono ogni giorno per cause che noi dei paesi più “avanzati” consideriamo assurde, e naturalmente la nostra vita non è mai cambiata a causa di questa consapevolezza.
Perché banalmente, per dirla con Joker, “fa tutto parte del piano”. Non è mia intenzione tirare in ballo discorsi di valore e dissertare sulla necessità di un nuovo umanitarismo globale, in questa sede.
Ma diciamo la verità: Joker ha ragione. Fra quel che più tocca le nostre menti, i nostri cuori e i nostri stomaci c’è il fatto che no, non ce lo aspettavamo. Non pensavamo di meritarlo. Eravamo convinti che non fosse un fatto nostro.

Chi deve vivere e chi deve morire

Lasciamo perdere per un attimo l’esagerazione con cui i media hanno parlato di ospedali al collasso in cui i medici erano costretti a decidere “chi deve vivere e chi deve morire” (detta così è una inutile e dannosa iperbole: la definizione di ricoveri prioritari è una cosa del tutto ordinaria anche in situazioni di assoluta normalità e a certificarlo c’è il fatto che quando andate al pronto soccorso vi viene assegnato un codice corrispondente all’urgenza con cui vi si dovrebbe visitare e curare. A maggior ragione, tutto ciò avviene in situazioni di estrema complessità). Il problema, tuttavia, ce lo siamo posti in molti, credo: in una situazione di collasso generalizzato occorre fare scelte. O meglio, riformuliamo la frase aggiungendoci un bel punto interrogativo.

In una situazione di collasso generalizzato occorre fare scelte?
Occorre stabilire chi vada salvato in via prioritaria e chi può aspettare?
L’Italia, al netto di tutte le cattive informazioni diffuse e le banalizzazioni, si è dimostrato un paese orientato alla salvaguardia della popolazione tutta.
Diverso è stato l’atteggiamento iniziale del Regno Unito, il cui Primo Ministro faceva sapere a fine marzo, prima di fare dietrofront e orientarsi verso azioni simili a quelle dei paesi del sud dell’Europa, di essere orientato ad una tutela della salute più “selettiva”.

Qui viene fuori, verrebbe da dire, tutta l’arbitrarietà dei ragionamenti umani.
Da un lato proteggere tutto e tutti è un’operazione che ha sempre qualcosa di irrazionale, tipo voler fermare un meteorite con una mazza da baseball. E contraria parte, dire di voler mettere al sicuro la parte più debole della popolazione e lasciare che i più “forti” si prendano la malattia per creare immunità di gregge è un discorso che in fatto di etica lascia a desiderare (il discorso inglese è più complesso di così, ma in questo caso mi permetto di semplificarlo per parlare di cinema e società, mi perdonerete).

Dilemmi morali, con cui fare i conti sia al livello individuale sia al livello sociale, di fronte ai quali le nostre menti sono costrette a confessare la nostra fragilità. In The Dark Knight, Joker è più netto: convinto che in una situazione di crisi l’umanità ceda inevitabilmente all’egoismo e alla cattiveria, mette la popolazione di Gotham di fronte ad un plastico esempio di scelta problematica.

Morale

La morale è sempre la stessa. In molti ne hanno discusso ma vale la pena ripeterla: i linguaggi dell’arte hanno il potere di leggere la realtà e di dare ottimi spunti per comprenderla, sia nelle loro manifestazioni più “commerciali” come quelle del cinema mainstream sia in quelle dell’autorialità più spinta. I linguaggi dell’arte rendono visibile attraverso i loro strumenti retorici quel che siamo e il modo in cui agiamo. E come sempre, la possibilità di osservare le cose è la condicio sine qua non abbiamo la possibilità di comprendere e di migliorare.

Poi, se proprio non vi va di fare certi discorsi altisonanti…

Beh, cinema e compagnia bella rimangono sempre un bel modo di rilassarsi e star bene.

Nota a margine

Nella seconda scena citata Joker parla di sottoporre la popolazione di Gotham City ad un “esperimento sociale” e in effetti potremmo quasi azzardare che un esperimento sociale sia anche quello cui siamo stati sottoposti tutti nel momento in cui sono scattati i vari lockdown nazionali. Ne parla in questo articolo Annamaria Testa. Il pezzo va preso con le dovute cautele e ogni concetto espresso passato al vaglio della verifica e dell’approfondimento. Vale comunque la lettura.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *