Il villaggio dei dannati di Denis Côté

di | 11/02/2019

Atmosfere sospese, tempi dilatati e l’abituale imprevedibilità del regista canadese in un film inquietante per tematiche e forme

Un fotogramma dal <i>trailer</i> di <i>Répertoire des villes disparues</i> di Denis Coté

Un fotogramma dal trailer di Répertoire des villes disparues di Denis Coté

Sono già alcuni decenni che il cinema canadese gode di buona visibilità presso il grande pubblico: il primo regista ad affermarsi in Europa è stato Denis Arcand, soprattutto con la sua trilogia della fine dell’impero occidentale e delle invasioni barbariche, poi è arrivato l’enfant prodige (o terrible, secondo i punti di vista) Xavier Dolan con i suoi drammi familiari e infine il fantascientifico Denis Villeneuve. Ma il Canada ha dimostrato di avere qualcosa da dire anche nell’ambito più ristretto dei festival cinematografici: soprattutto con Robert Lepage, che comunque rimane principalmente un autore e regista teatrale, e Denis Côté, che è capace di fare film un po’ pretenziosi come Boris sans Béatrice ed altri invece magnifici come questo Répertoire des villes disparues tratto dal romanzo omonimo di Laurence Olivier (scrittrice canadese, da non confondere con l’omonimo attore britannico).

Se da un lato non si può parlare di scuola canadese, anche a causa dell’ampio intervallo temporale che va dai primi film di Arcand alle ultime opere dei più giovani esponenti, molti sono gli elementi comuni ai loro lavori. Il Canada non è fisicamente un’isola ma, probabilmente a causa degli immensi spazi inabitati e la durezza del clima, i temi della solitudine, della difficoltà a instaurare dei profondi legami e una certa diffidenza nei confronti dell’estraneo sono ricorrenti se non al centro dei film più significativi. Spesso sono proprio questi spazi immensi, ripresi non necessariamente per metterne in evidenza l’aspetto pittoresco ma anzi al contrario per mostrarne l’aspetto sinistro, e le condizioni di adattamento per esempio alle condizioni estreme degli inverni, a definire e a rafforzare il senso di difficoltà.

Il tempo che si dilata, fantasmi di persone morte che ritornano nei luoghi in cui avevano vissuto, una donna sospesa a mezz’aria in una tempesta di neve: la malinconia di un piccolo villaggio sperduto nella campagna (dal nome significativo di Irénée-les-Neiges: pace delle nevi, in teoria un nome soave ma in questo contesto alquanto inquietante), la luce incerta e sospesa di un eterno crepuscolo rendono tutto questo non solo plausibile ma quasi necessario. Si direbbe quasi che gli elementi spingono, o meglio forzano le persone, soprattutto le più sensibili, ad andare via, a fuggire, mentre solo i più duri si impongono di resistere e restare. Côté riprende qui uno dei suoi temi preferiti: il conflitto tra la razionalità della civiltà occidentale e la natura selvaggia, il calcolo contro la spontaneità. È interessante questo capovolgimento della visione altrimenti arcadica e paradisiaca di una natura gentile e benefica, soprattutto in questi tempi di accesi dibattiti sull’ecologia, e sulla violenza dei modi di vita capitalistici.

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