Suoni e visioni

di | 11/07/2017

In occasione dell’uscita in pochi mesi di molti film di argomento musicale, qualche riflessione sul rapporto tra cinema e musica

Una scena da "I soliti ignoti" di Mario Monicelli

Una scena da “I soliti ignoti” di Mario Monicelli

Mario Monicelli una volta ha dichiarato che il cinema ha dato il meglio di sé all’epoca del muto. La frase può sembrare ironica o provocatoria da uno che è a ragione considerato un maestro della commedia all’italiana con film che devono molto proprio ai dialoghi e alla musica. E lo fa talmente bene da far talvolta dimenticare la sua enorme padronanza nel lavoro sulle immagini: taglio delle inquadrature, profondità di campo, luci. La sequenza iniziale de “I soliti ignoti” potrebbe benissimo comparire in un noir francese o un gangster movie hollywodiano. Se poi pensiamo al cinema dei primordi, a rigore anche prima dell’avvento del sonoro il cinema non era veramente muto perché c’era sempre un musicista o un’orchestra ad accompagnare le immagini, in alcuni casi con musiche scritte appositamente. Paradossalmente il cinema in alcuni casi è diventato veramente muto solo dopo l’avvento del sonoro, per precise scelte registiche e non a causa di limiti tecnici. Ma per un’arte che per le sue potenzialità tecniche sin dai primordi aspira a diventare un’arte totale il ricorso al sonoro era inevitabile se si pensa al cinema come sintesi che ingloba e sublima tutte le altre discipline artistiche: le arti visive, la letteratura, il teatro, la musica, ed ora anche l’espansione nello spazio con il 3D e la realtà virtuale (e se si considerano gli esperimenti di odorama, per esempio “Polyester” di John Waters, al cinema non rimane che stimolare il tatto per diventare un’arte totale). Se però ci si concentra sullo specifico del cinema, cioè immagini in movimento, la riflessione sul ruolo della musica è più che pertinente.

Di certo sono finiti i tempi delle grandi colonne sonore, soprattutto quando si parla delle musiche scritte appositamente per un film. Passi per le pellicole indipendenti, in cui le colonne sonore sono ormai sono quasi impossibili da distinguere l’una dall’altra, tutte costruite (nel senso peggiore del termine) sugli stessi motivetti facili e orecchiabili, di solito eseguiti al pianoforte o alla chitarra, tanto che spesso viene il dubbio che l’autore (o l’algoritmo) sia sempre lo stesso. Le colonne sonore memorabili, alla “Via col vento”, ora sono scomparse anche nelle grandi produzioni, rimpiazzate da flussi sonori oppure da rumori di scena. E se la colonna sonora, e in particolare la musica, può spesso essere un elemento fondamentale del film, senza il quale esso perderebbe molto del suo senso, non di rado rappresenta un mezzo per colmare lacune in altre sezioni: la sceneggiatura, la messa in scena, il montaggio. Negli ultimi decenni alcuni registi hanno provato, con successo, a scomporre e ricomporre il linguaggio cinematografico nelle sue componenti, in un duplice esercizio in cui da un lato rafforzavano fino alla saturazione ciascuna di queste componenti (si pensi al lavoro di P. T. Anderson sul colore in “Ubriaco d’amore” e sul suono in “Phantom Thread”), dall’altro le reintegravano in un’unità armoniosa e coerente. Sulla spinta di questi esperimenti ora sempre più autori a quanto pare si pongono delle domande riguardo all’uso del sonoro, e provano a limitarne l’uso, o in alcuni casi addirittura a eliminarlo completamente, per concentrarsi meglio su ciò che è più specifico del linguaggio cinematografico: il racconto per immagini.