La straordinaria interpretazione di Joaquin Phoenix nel film più oscuro sul genio del male avversario di Batman

Joaquin Phoenix in Joker
Joker è un angelo caduto dal cielo, un’anima pura condannata per aver osato ribellarsi, che dopo aver contemplato le sfere celesti ora vaga nell’inferno della terra, vittima dei soprusi e degli sberleffi: nella magnifica sequenza a metà del film lo vediamo scendere trionfalmente, sulle note di Rock and Roll Part 21 della controversa star glam rock Gary Glitter2, di cui peraltro riprende le movenze tipiche, la scalinata che dai quartieri popolari, poveri ma dignitosi, lo porta giù nella città corrotta e putrefatta dei luoghi del potere: politico, economico e soprattutto mediatico. Phillips e Phoenix portano a compimento la metamorfosi dal criminale senza scrupoli di Jack Nicholson attraverso lo psicopatico, con ambizioni di indagine sociale, di Heath Ledger (qui una analisi del Joker di Nolan/Ledger), al soave clown che va nei reparti pediatrici per strappare un sorriso a bambini gravemente malati e che si prende amorevolmente cura dell’anziana madre inferma. E dove il Joker di Nicholson era quasi simpatico per le sue trovate, mentre quello di Ledger è terrificante per la manifesta e premeditata crudeltà, il Joker di Phoenix non solo non fa paura ma suscita l’empatia dello spettatore perché ha la purezza dell’eremita scevro da ipocrisie, la lucidità del profeta, e sa discernere perfettamente tra il bene e il male. E come tutti i demoni Joker, moderno Lucifero, letteralmente “colui che porta la luce”, ci mostra la strada, e lo fa facendoci entrare nella sua testa, facendoci osservare il mondo con i suoi occhi: a metà film scopriamo che probabilmente la storia raccontata non è altro che il puro delirio di un uomo affetto da turbe psichiche e non la realtà, romanzesca quanto si vuole ma pur sempre il frutto di una mente sana. Phillips imposta il film su questa tensione tra certezza e dubbio, tra alto e basso, tra umanità e corruzione morale, tra luce e oscurità. Tensione e non alternanza, perché sono finiti i tempi della dualità, delle scelte facili tra buoni e cattivi, e bisogna invece fare i conti con un mondo governato dalla complessità: Joker non è più semplicemente la personificazione del male come Wayne non è poi quell’essere innocente, forse un po’ lunatico ma in fondo una amabile carogna, anche perché obbligato a mettere ordine in un mondo caotico. E infatti per un po’ aleggia il dubbio che Joker e Wayne siano addirittura fratelli.
Sarà perché solo chi sa fare ridere può fare veramente piangere (come non pensare al Totò maschera tragica, dolente e disillusa di Che cosa sono le nuvole?3 di Pasolini), o forse perché la virata drammatica è tanto più inattesa da parte di un autore che finora si era dedicato solo a commedie e farse4, sta di fatto che Phillips in questo suo folgorante esordio non sbaglia una virgola e, trasformandosi da clown a censore, trova il tono e le atmosfere giuste per portare a compimento il capovolgimento dei ruoli intrapreso da Nolan con la sua trilogia. E mentre Phoenix riesce nell’impresa impossibile di farci solidarizzare con un pluriomicida, Phillips gli costruisce intorno il palcoscenico cupo e grottesco che non è altro che il nostro caro mondo decadente. Perché Phillips ovviamente ce l’ha con noi e passa in rassegna molte delle psicosi collettive tipiche delle società di questo inizio millennio. Abbiamo già accennato al dubbio che tutta la storia non sia altro che un sogno o una allucinazione, in tempi come i nostri in cui i mezzi di informazione cosiddetti ufficiali cercano goffamente di riguadagnare la fiducia del pubblico e si stracciano le vesti di fronte alle cosiddette fake news, ultima risorsa di una civiltà sempre più disorientata che cerca disperatamente qualcuno o qualcosa in cui credere. Lo schizofrenico Jocker si guarda allo specchio con l’espressione di qualcuno che non sa chi sta guardando, che non riesce, o non vuole, riconoscersi: in questi tempi di (doppie) vite messe spudoratamente in mostra su internet l’unica certezza è che si tratta solo ed esclusivamente di una messa in scena, la recita di personaggi fittizi, facendo della menzogna la vera essenza dei cosiddetti social media. Phillips infine mette in scena una rivoluzione urbana, con annesso vilipendio dell’autorità e rivolta contro la violenza delle forze dell’ordine, perfetta metafora della contraddizione tra il desiderio di rivolta e il fascino dell’omologazione, croce e delizia di tutti i sistemi autoritari, ottimamente illustrato nella bellissima sequenza dei Joker che proliferano nel treno della metropolitana.
In un mondo di teste chine sul proprio smartphone e orecchie isolate da cuffie e auricolari Joker potrebbe benissimo essere un influencer di successo ma Phillips giustamente sceglie di ambientare la vicenda in un passato non troppo lontano in cui la televisione è ancora uno dei luoghi della celebrazione delle emozioni collettive. E siccome il potere si deve fare carico di gestire anche la protesta, quanta finezza (e autoironia) nella sequenza in cui la crema dell’alta società si diletta guardando Tempi moderni5, pietra miliare del cinema mainstream di denuncia della società capitalista. Ma alla fine sarà proprio la televisione, strumento per eccellenza della propaganda del potere, il luogo della momentanea emancipazione e della rovina eterna di Joker, rovina non tanto per l’omicidio in diretta ma per il fatto di aver perduto la sua purezza, di aver creduto che il successo potesse salvarlo: la sua risata fino ad allora innocente e liberatoria si trasforma nel finale in un ghigno amaro. Da raffinato osservatore della società e delle persone, da capopopolo rivoluzionario e smascheratore delle menzogne del potere, Joker è diventato l’ennesimo criminale ordinario, proprio come il Joker di Nicholson prima che incontrasse Wayne, ed il cerchio si chiude. Eppure il suo destino è chiaro sin dall’inizio: Joker viene aggredito e picchiato proprio su quella scalinata che farà da prologo alla sua caduta ma la sua tragedia sta nel fatto di non aver scelta: non può e non vuole rimanere l’outsider, il deviante eternamente respinto dalla società e sceglie di diventare una superstar anche se sa sin dall’inizio che sarà solo per i fatidici quindici minuti di warholiana memoria.
- Rock and Roll Part 2, scritta da Gary Glitter e Mike Leander, Bell, GB 1972
- Gary Glitter ha subìto diverse condanne per violenze sessuali verso minori per un totale di 16 anni di carcere.
- Che cosa sono le nuvole?, episodio di Capriccio all’italiana, registi vari, Italia 1966, 102’
- Borat: Cultural Learnings of America for Make Benefit Glorious Nation of Kazakhstan, regìa di Larry Charles, soggetto di Sacha Baron Cohen, Peter Baynham, Anthony Hines e Todd Phillips, GB-USA 2006, 84′
- Modern Times, regìa di Charlie Chaplin, USA 1936, 87′
