Sound and vision

di | 24/05/2022

Chi si aspettava un approfondimento sulla tecnica musicale forse rimarrà deluso, ma il film di Brett Morgen è forse ad oggi il miglior compendio dell’arte di Bowie, ancora tutta da esplorare

David Bowie sul set del videoclip di Strangers When We Meet

David Bowie sul set del videoclip di Strangers When We Meet

Oltre che nel titolo, il proposito del film viene enunciato sin dalle prime immagini: prima le didascalie con la citazione di Nietzsche sulla morte degli dèi e l’idea che l’uomo ne abbia preso il posto, poi le immagini di un pianeta alieno, forse appartenente ad un’altra galassia, un’altra epoca, un altro universo. Soprattutto nella prima fase della sua carriera Bowie ha molto giocato sull’immagine della rock star venuta dallo spazio, una specie di divinità proveniente da un altro mondo che però fa una brutta fine, come gli dèi di Nietzsche. Alla fase Ziggy Stardust si concatenano poi le immagini di L’uomo che cadde sulla Terra1, anche qui un alieno che viene prima osannato e poi condannato alla rovina. Ma anche nelle fasi successive, prima con il dandy glaciale perduto nelle nebbie berlinesi e poi nelle immagini del documentario Ricochet2 permane un senso di estraneità, questo strano personaggio biondo ossigenato e biancovestito che si aggira tra templi buddhisti e centri commerciali deserti, e si lascia traghettare nel crepuscolo sulle placide acque di qualche città dell’estremo oriente.

Morgen segue a grandi linee l’ordine cronologico degli eventi ma fa ampio uso di flash-forward e flash-back, di corsi e ricorsi nelle scelte artistiche e nelle dichiarazioni del nostro, anche qui riprendendo una affermazione di Bowie che vede la vita come un ciclo di transizioni. Ed è significativo come il film cominci con un brano del periodo finale (Hello Spaceboy3) illustrato da immagini che percorrono quasi cento anni di storia dell’arte audiovisiva e finisca con un brano del primo periodo (Memory of a Free Festival4) sulle immagini di uno degli ultimi videoclip, Blackstar5. In maniera più sottile, questa circolarità del tempo, o forse anello di Moebius, viene espressa dall’eccellente lavoro sulla musica, opera del produttore “storico” di Bowie, Tony Visconti. Le canzoni non sono solamente scomposte nelle singole tracce ma anche alterate nella sequenza delle varie sezioni (introduzione, strofa, ritornello, inciso, coda). Un caso notevole è quello di Ashes to Ashes6, dove il cantato è stato del tutto eliminato e ciononostante rimane un brano di grande bellezza e complessità.

Soprattutto per chi non lo conosce o lo conosce poco (ma probabilmente anche per i suoi seguaci più accaniti), Bowie potrebbe benissimo restare un mistero: nonostante i continui cambiamenti di stili e forme, ha sempre conservato una sua identità e coerenza nel percorso artistico, realizzando opere che, nel bene o nel male, poteva fare solo lui. Bowie può essere visto come il Kubrick della musica pop: qualcuno che non ha propriamente inventato nuovi stili e forme ma che ha sintetizzato in maniera compiuta forme preesistenti, aprendo nuove strade. Che si tratti del glam rock o del plastic soul, della disco music o della musica elettronica, della industrial o del new jazz, Bowie è sempre stato il punto di non ritorno: quella musica non era mai stata così e dopo sarà necessariamente diversa. Morgen comunque prova a dare una spiegazione a questo mistero, prova a individuare un metodo. Bowie non solo non ha mai fatto mistero di aver continuamente preso a piene mani dalla cultura soprattutto tardo-romantica, decadente e d’avanguardia, ma anzi ha disseminato il suo lavoro di citazioni e riferimenti. Per la scrittura dei testi, soprattutto nella prima fase, ha spesso fatto ricorso alla tecnica del cut-up di Tzara e Burroughs. Nel cosiddetto periodo berlinese invece sono le carte delle strategie oblique di Brian Eno e Peter Schmidt che indicano quale direzione prendere nei momenti di incertezza. L’influenza dell’espressionismo tedesco è chiara nella messa in scena dei concerti e dei videoclip. Questo film è anche la illustrazione e celebrazione di questo metodo, e ci ricorda una cosa in fondo ovvia e cioè che ogni opera d’arte non nasce mai dal nulla ma è necessariamente una rielaborazione di conquiste precedenti, un punto di arrivo, comunque temporaneo, di un percorso di maturazione. O, per parafrasare una delle canzoni più note del nostro, di cambiamenti. Quando Morgen attinge dall’archivio di Bowie e ci mostra questa vertiginosa successione di immagini, di lavori di Bowie o di artisti per lui fonte di ispirazione, non fa che spalmare temporalmente questa stratificazione di opere, ne fa un palinsesto (nel senso etimologico del termine) in cui ogni strato mostra in trasparenza le opere precedenti. Morgen qui ha davvero l’imbarazzo della scelta: le sequenze in bianco e nero del pianeta alieno sono tratte da Universe7 (di cui Bowie aveva una copia nel suo archivio), che piacque a tal punto a Stanley Kubrick che si avvalse di uno dei due registi, Colin Low, e dell’autore degli effetti speciali Wally Gentleman come collaboratori nella realizzazione di 2001: Odissea nello spazio8, e della voce fuori campo Douglas Rain come voce di Hal 9000; il cerchio si chiude con Bowie che utilizza la colonna sonora di Arancia Meccanica9 per aprire i suoi concerti di Ziggy Stardust e del Sound and Vision tour. L’apparente mancanza di metodo con cui vengono concatenati suoni e immagini dalla provenienza così frammentaria (film, documentari, interviste, videoclips) è certamente voluta: perché chi non ha mai visto i film che ha interpretato potrebbe rimanere disorientato e non riuscire a distinguere più tanto bene il Bowie musicista, attore, poeta, pittore. Ma questo ci dice soltanto un’altra cosa ovvia, ovvero che queste distinzioni sono artificiali, e che molto del fascino di Bowie sta proprio in questa sua versatilità e nel suo carisma di artista “totale”.

  1. The Man Who Fell to Earth, regìa di Nicolas Roeg, Regno Unito 1976, 138’  
  2. Ricochet, regìa di Gerry Troyna, Regno Unito 1984, 59’  
  3. Hello Spaceboy, dall’album 1. Outside, 1995  
  4. Memory of a Free Festival, dall’album Man of Words, Man of Music, 1969  
  5. Blackstar, dall’album Blackstar, 2016  
  6. Ashes to Ashes, dall’album Scary Monsters (and Super Creeps), 1980  
  7. Universe, regìa di Roman Kroitor e Colin Low, Canada 1960, 29′  
  8. 2001: A Space Odyssey, regìa di Stanley Kubrick, Regno Unito-USA 1968, 143′  
  9. A Clockwork Orange, regìa di Stanley Kubrick, USA-Regno Unito 1968, 140′  

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